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PARCO DI MONTE CATALFANO

Natura ed escursioni

Ad occhi disattenti e superficiali Monte Catalfano è apparso sempre come semplice sfondo, paesaggio della pianura di Bagheria, luogo abbandonato a se stesso, assolato ed arido, privo di alcun interesse, da considerare con diffidenza e distacco. A percorrere a piedi i numerosi sentieri con attenzione e partecipazione si scopre invece uno degli ambienti più ricchi ed interessanti, più vivi ed emozionanti del territorio bagherese. Grotte, piante rare ed endemiche, animali affascinanti, preziose orchidee e suggestivi panorami ci parlano di angoli ancora intatti del nostro territorio e di una natura sempre varia e appassionante. E non c’è solo natura, ma anche importanti tracce storiche come i ruderi della “Cittadella”, antica città punica ricordata da Tucidide. Un patrimonio particolarmente importante per un territorio come quello bagherese per lungo tempo umiliato e violentato da cave, discariche abusive, incendi e speculazione edilizia, che merita maggiore protezione ed un’attenta valorizzazione ma soprattutto maggior conoscenza e rispetto da parte dei bagheresi finora troppo disattenti o a volte complici di scempi ed abusi. Perché per difendere la natura c’è bisogno di una magistratura attenta, di forze dell’ordine efficienti, di una stampa e di associazioni pronte a denunciare ma prima di tutto è necessaria la conoscenza, la passione da parte dei cittadini. Senza amore infatti non ci può essere rispetto e tutela. Questo speciale su Monte Catalfano si propone di far conoscere a lettori e camminatori il volto migliore, più integro e sorridente di questa parte di territorio bagherese perché in molti, giovani e meno giovani, inizino a frequentare e ad amare i nostri monti, in modo da recuperare identità e civiltà ormai perdute. Se bagheresi e “forestieri” si innamoreranno dei luoghi descritti, questa breve guida avrà raggiunto il suo scopo. 

Il paesaggio e le grotte

Con il nome di Monte Catalfano vengono intesi comunemente, in senso estensivo, le tre piccole alture che si ergono a nord della pianura fra Aspra e Porticello, note anche come “Monti di Bagheria”. In verità il toponimo indica con questo nome sulla carta solo l’altura centrale (373 s.l.m.) mentre ad ovest ad esso troviamo Cozzo San Pietro (345 slm) meglio noto come Monte d’Aspra e ad est Monte la Città (235 slm) così chiamato perché su di esso si trovano i ruderi dell’antica città punica di Solunto. Il monte visto da nord cioè dal mare, si presenta come una massa rocciosa che si estende per circa 1,5 km con pareti scoscese o a strapiombo alte anche un centinaio di metri. Di particolare bellezza è il tratto di contrada Vignazza dove esso assume l’aspetto di un “anfiteatro” naturale sforacchiato da numerose grotte. Si tratta di un’antica falesia modellata dal mare agli inizi del Pleistocene, quando il mare raggiungeva quote ben maggiori di quella attuale ed i nostri monti erano, come tanti altri, due isolotti. Visto dalla città o da sud il monte appare invece più addolcito e con andamento degradante. Sul monte, come già accennato, sono presenti numerose cavità che hanno genesi tettonica o marina. Le cavità di natura tettonica dovute cioè allo spostamento di grandi masse rocciose, hanno uno sviluppo prevalentemente verticale e possono raggiungere la profondità di decine di metri e sono meglio note nel palermitano come “zubbi”. Fra queste la più interessante per la ricchezza di fenomeni concrezionari con elementi ancora attivi e presenza di stillicidio è sicuramente lo Zubbio di Cozzo San Pietro. Qui alcuni gruppi di concrezioni offrono scorci molto suggestivi tali da ricordare quelli di grotte famose. Si possono così osservare morfologie di genesi carsica ad “organo” con una serie di colonnine a simulare lo strumento musicale, oppure a “muro” come la massa di sta- “Zubbio” di Cozzo S. Pietro natura 141 lagmiti che forma una muraglia al centro della cavità o ancora le formazioni “coralline”, piccole stalagmiti a bastoncino con accenni di ramificazioni. Molte anche le grotte di origine marina dovute cioè alla lenta erosione delle onde del mare e riconoscibili per la forma, lo sviluppo prevalentemente orizzontale e per la presenza diffusa di piccole perforazioni nelle pareti scavate da organismi litofagi marini come datteri di mare. Fra esse la più interessante risulta la Grotta dell’Eremita. Si tratta di una cavità profonda 23 m con piano di calpestio di “terra rossa” nel quale sono state rinvenute costole di Bos primigenius, bue preistorico vissuto nel Pleistocene. La grotta inoltre presenta anche traccia di una sua frequentazione preistorica da parte dell’uomo: su di una parete si può scorgere infatti un dipinto in nero raffigurante una figura antropomorfa. Da confronti con l’arte preistorica di altre e più famose grotte, il dipinto è stato attribuito all’età eneolitica (circa 5000 A.C.). Il ritrovamento richiede comunque un ulteriore e più specialistica conferma.

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